Mario Giovanardi

OMBRE

Ombre. L'essenzialità del termine con il quale Giovanardi comprende la serie dei suoi lavori più recenti può porsi come fuorviante se non se ne coglie da subito il senso metaforico.

Di certo non sono le ombre fisiche o quelle traslate nelle convenzioni pittoriche le ombre cui si allude con tanta concisione: le carte e le grandi tele di Giovanardi offrono ciò che, dopo la sua percezione sensoriale, emotiva ed intellettuale, resta della realtà. Sono sembianze, parvenze del reale.

Sono, ancora una volta - dopo anni di pittura e di stretto confronto con la sua storia e i suoi mezzi linguistici oltre che tecnici - il risultato della identificazione tra il fare (dipingere) e l'esistere (vivere nel proprio tempo). Questo significa che rimane inalterato nei decenni anche in presenza di esiti diversi - l'atteggiamento 'filosofico' e pragmatico di Giovanardi, per il quale il dipinto è "un atto inseparabile dalla biografia dell'artista" "H. Rosemberg).

Solo che, in questo suo attraversare romanticamente l'esistente, Mario è passato dall'urlo, alla meditazione ed infine al racconto.

Partito da una solida formazione artistica come allievo di Vecchiati, Trevisi, Quartieri nell’Istituto d’arte della sua città e dopo il completamento degli studi a Firenze, fin dagli esordi figurativi Giovanardi aveva scelto infatti la via della propria soggettività, marcando forme e colori in senso antiaccademico ed antinaturalistico.

Sempre attento agli accadimenti social8i e dando forte valore etico alla pratica artistica, aveva poi abbandonato la pittura per oltre un decennio.

La ripresa degli anni ottanta è contrassegnata dapprima da opere che, per violenza segnica e drammaticità cromatica, esasperano l’urgenza del dire con la pittura la propria tragedia di uomo, sia pure nella persistente lucida padronanza dei modi della composizione spaziale.

Poi, in una seconda fase, i grumi del colore, divenuti intanto impasti sempre più completi e sperimentali con sabbie e pigmenti vari, si fanno portatori di segno e forma insieme verso una scelta linguistica che approda all’astrattismo.

I manifesti richiami all'espressionismo nordico, il consenso intellettuale per l'action painting statunitense e per certo informale europeo sono le radici di una pittura di gesto e materia che, pur mantenendo talora dimensioni evocative, esprime alla fine solo se stessa in tutta la gamma delle possibilità liriche e drammatiche.

Ma se per tutto quel decennio Giovanardi ha continuato ad 'urlare' il proprio sentimento interiore, ecco che, con l'avvio degli anni Novanta, egli sembra cambiare decisamente rotta.

Incurante della inattualità controcorrente delle sue scelte e compiendo una revisione profonda delle strutture stesse del suo operare, egli affronta la via della decantazione, della pausa, della meditazione ed approda al ciclo dei 'Silenzi' che testimoniano la volontà di sprofondare nel piacere consapevole e razionale della pittura, dopo essersi liberato degli aspetti più palesemente romantici ed emozionali del gesto e dell'urlo cromatico.

Si apre un nuovo rapporto con la superficie - carta o tela che sia - destinata alla pittura: non più duello ansioso, ma dialogo continuo e attento con l'identità della pittura che viene via via facendosi, con le sue strutture interne e il suo lessico, fondato per Mario comunque sul colore.

Un colore vivo, caldo, di plastica evidenza nella scabrosità delle polveri e degli impasti e nella architettura di solide forme circoscritte da segni sempre netti, che campiscono quasi per intero le nuove dimensioni spaziali da loro stesse create.

Un'astrazione viva, palpitante, liricamente poetica quella di Giovanardi, che dà nuove forme a ricordi, pensieri e alla riflessione.

Trascorsi dunque questi ultimi anni a ristabilire distanze oggettive fra il sé e le esigenze 'concrete' di una pittura chiamata ad organizzare per ritmi plastici le immagini autonome di una geometria del silenzio, (tuttavia sempre eloquente per la coinvolgente raffinatezza degli impasti cromatici), eccoci al recente transito dai modi della meditazione ad una nuova soggettività narrativa.

Di fatto non c'è frattura fra i dipinti dei 'Silenzi' e la serie ultima delle 'Ombre'.

Come attuando una sorta di blow-up pittorico, Giovanardi - che di nuovo vuole dire di sé nel mondo e riferire sulle proprie convinzioni - si avvicina tanto al corpo vivo della pittura da spingere noi spettatori a fare quasi altrettanto, immergendoci nello spazio organico del suo dipinto.

Pur sempre attento all'imperativo della composizione premeditata, che in lui si accompagna all'uso costante di superfici e mezzi espressivi della tradizione, Giovanardi rifugge ormai da ogni razionalismo nutrito di distanza e ripristina un voluto rapporto partecipativo con la pittura.

Giunto a questo punto del suo percorso, dentro le recenti carte o tele, non squadrate ai bordi ad evitare qualsiasi accenno di rigorismo geometrico e di limite, egli condensa nelle materie, nei segni e nei colori tutte le precedenti esperienze, scegliendo di farlo attraverso il riferimento ad un viaggio compiuto in isole rocciose e assolate lucenti di storia remota.

La serie delle 'Ombre" si carica dunque anche di rnolteplici valori rnetaforici legati all'idea di viaggio.

Così l'Ombra richiamata da tutti i lavori va ben oltre i riferimenti naturalistici: è memoria della allucinazione provocata dal rapporto diretto con la realtà del visibile; è semmai allusione a un'ansia esistenziale e a quel sottile tormento che aria, acqua, luce, terra, colore provocano in chi sa o vuole esprimere l'emozione dell'incontro con loro attraverso i mezzi che conosce.

La complessa sovrapposizione di materie e colori che attraverso variazioni tonali cercano sfumature; i chiarori che come vortici di luce suggeriscono l'idea di vuoto benché densi di tracce; i segni graffiati o metodicamente di/segnati; le costanti indicazioni dinamiche verso un oltre che trascende i limiti della superficie; la comparso, infine, di oggetti che solo a un secondo riguardo si leggono per quello che erano prima di diventare pittura nella pittura.

Sono queste le calcolate componenti di un dipingere che, aspirando al superamento della dimensione ottico/ prospettica della realtà e della sua trasposizione, vuole catturare il tempo della percezione.

La sfida vera degli ultimi lavori di Giovanardi credo stia proprio in questo: la sua è una pittura che intende, narrandone, dare forma all'idea del tempo.

Così inseguendo e cercando di comprendere nell'atto del dipingere il tempo fisico di eterna durata che tutto contiene, consuma e rinnova, egli cerca di vincere l'ossessione esistenziale di questo tempo, suo e nostro. A questo esperimento e ad una ritrovata fiducia nelle prospettive e potenzialità del suo fare, credo si debba la virata ottimistica dell'ultimo periodo, percepibile peraltro anche nella inedita chiarezza dei toni della sua tavolozza.

Nadia Raimondi,

settembre 1998

catalogo mostra

Sala delle Colonne di Nonantola (Mo)

 

 

Nel "santuario dell’arte Mario Giovanardi nell’ex Salumificio con opere astratte di laica religiosità"

E’ una mostra che Mario Giovanardi ha costruito appositamente per lo spazio espositivo di via Malatesta 40, dove sono di casa gli Artipici Carteriani. L’ex salumificio Pagliani si presta benissimo ad interventi artistici su misura, proprio come ha fatto il pittore modenese che, con la sua opera di "religiosità laica e profana", ha creato una sorta di "Santuario", come recita il titolo della mostra. Tre opere nella prima sala, dove domina una luce discreta e soffusa, con un sottofondo musicale originato da "Requiem" di Ligeti, si colorano di commozione e sembrano invitare al silenzio e alla riflessione. Il loro aspetto astratto, con una declinazione di colori di felicità edenica che si sostanziano nella materia, determinano un clima di segreta emozionalità. L’osservatore subisce quasi un processo di purificazione prima di accedere agli spazi espositivi. Vere "nicchie", dove le diverse tavole pittoriche si contaminano, in una soluzione tra caso e necessità, tra materia ed energia, di vari oggetti "trouvés" (chiodi, sassi, vetri, pezzi di ceramica, cerini, fili di ferro, piccole tele lacerate) che manifestano contenuti e umori esistenziali. Sono elementi di vita che permettono, nella loro concretezza di brevi frammenti, l’approdo ad una nuova coscienza di esistenza. E’ l’arte che si ricrea continuamente e si offre, pur nella sua paradossale espressione di accostamenti azzardati, come la pittura che è, nota Mario Bertoni:"......".

Michele Fuoco

La Gazzetta di Modena - 24 settembre 1999

IL PITTORE HA ESPOSTO UNA QUARANTINA DI OPERE ALLA GALLERIA DEGLI ARTIPICI CARTERIANI - MARIO GIOVANARDI

Seguiamo da anni il lavoro di Mario Giovanardi (Modena 1948) e la sua tenace ricerca di una pittura che si avvicini al più alto grado di purezza espressiva e di autoreferenzialità: risultati che riteniamo abbia realizzato al massimo nella mostra Ombre, presentata da Nadia Raimondi e tenuta nella Sala delle Colonne del Comune di Nonantola, tra l’ottobre e il novembre dello scorso anno.

Abbiamo ammirato, nell’occasione, le sue grandi composizioni lavorate con tecniche miste, che dimostravano con evidenza la sua capacità di ottenere paradossalmente il massimo di sublimazione e spiritualizzazione della materia proprio attraverso un trattamento ad hoc, estremo e tecnicamente raffinatissimo della materia stessa.

Il dosaggio degli elementi più aridi e opachi da coinvolgere nel dipinto, l’uso non convenzionale dei pigmenti colorati, il gioco abilissimo di luci e ombre traducevano mirabilmente in visione pittorica l’intuizione concettuale. E non a caso, il titolo Ombre risultava il più appropriato, perché rendeva simbolicamente l’idea della smaterializzazione, di una radicale proiezione dell’"essenza" o dell’"anima" degli oggeti.

Giovanardi ha esposto ora nuovi suoi lavori, col titolo Santuario, appunto nell’ormai famoso sancta santorum degli Artipici Carteriani ... una quarantina di opere, generalmente di piccole dimensioni, composte tra il 1998 e il 1999. E non diremo che abbia dimenticato o eluso gli esiti più che soddisfacenti della mostra nonantolana dello scorso anno. Semplicemente, ha dato evidenza a un’altra componente della sua vena creativa, mostrando di sapere adoperare con estro anche un altro strumento del suo repertorio. E’ l’artifex , infatti, che maggiormente risalta i queste opere, l’ingegnosità delle tecniche miste, dei collages ; l’applicazione di tele su supporti lignei; l’impiego di argentature, olii, sabbia. La pittura esce dai suoi limiti canonici, si offre a nuove possibilità espressive, a "contaminazioni" inattese e sorprendenti.

Franco Pone - Notizie - ottobre 1999