Gianni Valbonesi

C'è un senza titolo di Valbonesi, datato 1961, che può introdurre emblematicamente l'analisi storico-critica della sua attività: si tratta di una " macchia " ottenuta con cera, fumo, inchiostri colorati e matita copiativa su carta (una nuvola, o che altro), situata tra Wols e Vecchiati, incupita, a tratti, e inquietante. Emblematica, quest'opera, perché è l'unica a rilevare una qualche ascendenza sul giovane artista, da parte del più anziano e già formato pittore, ascendenza diretta, nella lettera, intendo, che, poi, nello spirito, tra i tanti della sua generazione ( Cremaschi, Parmiggiani, Preti ) gli è il più vicino: la fedeltà persistente e concentrata a una tecnica di cui, l'uno a l'altro, ciascuno per sè, ha esplorato tutte le possibilità ( il monotipo stà a Vecchiati come l' assemblage, o il collage, stà a valbonesi), la disponibilità a lasciare agire gli stimoli più diversi, in presa diretta, nel divenire di una ricerca che sceglie di volta in volta , tema e argomento, e che viene modificandosi mentre si fa, e secondo il momento inclina indifferentemente all'astratto e alla figurazione, tutto ciò indica quanto i rapporti tra Vecchiati e Valbonesi siano riscontrabili ben oltre le somiglianze epidermiche o stilistiche, (......) L'eclettismo straniante, allora come oggi più che mai presente e centrale, è l'indifferenza con la quale egli si rivolge alle tecniche operative, prima ancora che un atteggiamento da opporre alla civiltà tecnologico-industrial-massificata dei consumi. Anzi semmai, di fronte a questo universo dell'immagine, saturato e onnipresente, l'indifferenza si fa disamore, disprezzo, odio, sarcasmo, com'è proprio di un operazione che vede l'esistenza dalla parte dello scarto, del residuo, dell'oggetto avariato, del rifiuto, e allontana Valbonesi, irrimediabilmente, dalla pop-art e dall'idea che ci possa essere una qualche forma di connivenza con la civiltà dei consumi.

Se da un lato egli sembra indicarci l'internazionalismo di una tecnica che, assumendo come materiale linguistico l'universo mass-mediatico-mediologico, ci dice che tutto, ma proprio tutto, è citabile, e che nulla è dato una volta per tutte, e che nulla resta identico a se stesso (perché ad entrare in crisi sono tutte le sostanze), dall'altro Valbonesi si libra tra le ephèmeres con estrema libertà, ora contorcendo il senso, ora nascondendolo, ora rivelandolo nella cruda materialità. Ma credo anche che il suo atteggiamento lucido trascini con sè, quale corrispettivo critico, un altrettanto giocoso meccanismo verbale fatto di contorsioni linguistiche, di calembour, di bric a brac verbosi, così che l'invito a non prendere (e non prendersi) sul serio può risultare il primo moto, il primo invito, al passo di danza.

 Mario Bertoni