IPOTESI DI REATO

Il sonno della ragione genera mostri

F. GOYA

Gli spettri della mente sono l’oggetto preferenziale dell’indagine mnemonica (da mnesi, memoria) – intesa come modalità di ricordare effettuata mediante artifizi o tecniche associative - di Loredana Catania e Roberto Messina. Nel primo ciclo di ( r)esistenze, di Loredana Catania, la donna, feticcio sessuale, assiste ad uno squallido atto di accoppiamento fra due ranocchi, cancellazione di un ideale puro e romantico dell’amore. Nella serie ®esistenze-dolly, invece, l’ossessione degli oggetti di bellezza diventa quasi un culto. Utensili banali, quotidiani - la lima per le unghie, il pettinino, il piegaciglia, la pinzetta, le forbicine – diventano strumenti di tortura fisica e intellettiva, assumendo una mostruosità inedita, prendendo il sopravvento nella visione. Strumenti delineati non a caso dal pantone rosa confetto o fuxia acido dall’effetto shocking, talvolta pieno oppure solo di contorno, colore - stereotipo che assume funzione simbolica da sempre legata al mondo femminile, tecnica che la pittrice utilizza per creare interscambio tra il soggetto dello sfondo (la bambola) e l’arnese principale in primo piano, che l’assale. Un rosa stucchevole, colore per antonomasia delle bambine e delle donne viste e considerate come bamboline, in questo caso fastidioso ed eccessivamente invasivo, disturbante. Gli oggetti di tortura di uso comune diventano mentalmente piccoli mostri pronti ad azzannare con una violenza improvvisa e silenziosa, mai dichiarata, definita da un’azione meccanica e familiare, apparentemente innocua e proprio per questo ancora più subdola. Come l’idea malsana di dovere essere bella a tutti i costi, anche a scapito della sofferenza, un sopruso masochista, totalmente auto – inflitto, una costrizione profondamente radicata nell’animo femminile. Quella violenza quotidiana - che ha un’apparenza di normalità - a cui si sottopongono tutte le donne a denti stretti. L’arnese diventa così protagonista - colpevole di una sorta di omicidio psicologico. Indagato e documentato come in una qualsiasi ipotesi di reato. Loredana Catania scandaglia in questo modo l’animo femminile alla ricerca di tracce identitarie. Il rimando ad un immaginario maniacale ed ossessivo, diventa viatico per mostrare una condizione che rimane irrisolta, laddove l’immagine mnesica diviene preponderante rispetto a quella quotidiana. La bambola come visione cruda di una femminilità leziosa imposta da un ruolo. Una bambola-donna ( o una donna ridotta a bambola) che rimane una visione reale ma ulteriormente sfocata sullo sfondo, con tagli fotografici sempre più riavvicinati nel tentativo di trovare nello sguardo una parvenza di espressione umana. La ®esistenza dell’oggetto, il rimando mentale mnemonico ad un mondo femminile alquanto stereotipato, invita alla riflessione sul ruolo contraddittorio della donna che rifiuta di essere bambola-oggetto ponendosi in realtà come tale. Accettando di sottostare ad un gioco meschino giocato sull’apparire. Il feticcio acquista a poco a poco una sua identità e una sua espressione reale, malinconica o grottesca, prendendo vita autonoma, mostrandosi come di fatto è, una bambola triste, assediata dagli invasori mentre tenta, senza possibilità di salvezza, una reazione alla tortura e al fastidio, con un atto debole di denuncia muta per un reato perpetrato ai suoi danni, insopportabilmente invasivo ma oltremodo ineluttabile.

Per Roberto Messina il reato è già stato commesso e riaffiora attraverso la mnèsi. Nel ciclo 1945, giocando sulla psicologia dell’immagine, il pittore propone un accadimento conosciuto come metafora e pretesto di un vissuto da cancellare. Un vissuto che a prescindere dall’anno che segna la fine di un regime di oppressione mentale e psicologica, segnala una paura che sta a poco a poco svanendo, un castello di carta crollato su se stesso. Il risvolto psicologico s’impone sull’effetto tragicomico (il contrasto stridente tra le ballerine simmetriche accanto agli aerei da guerra, il divertimento e il combattimento insieme, che crea una punta d’angoscia) o su un atteggiamento psicologicamente stanco per il peso di un’ideologia in cui non si crede fino in fondo ma che si è costretti a portare dietro, di un modo di essere che ci appartiene perché a tutt’oggi noi siamo ipoteticamente in guerra. Contro le ipocrisie, le false meritocrazie, il monopolio delle banche e dell’economia, o la tecnocrazia, che cancella la libertà di pensiero. Come fossimo tutti sotto un’invisibile dittatura, che propone un modello di superuomo che punta all’omologazione, di cui si accorgono soltanto le menti più sottili. Può essere una semplice immagine, un frame tratto da un documentario o il viso di una bambina con uno strano ghigno dalla punta sempre ironica, che impone di fatto una cancellatura. Il procedimento di cancellazione che avviene nel polittico - la dissolvenza dell’immagine da una stesura ad un’altra, il passaggio da una visione figurativa e pop fino ad arrivare ad una sorta d’informale - non vuole avere d’altronde alcuna connotazione politica, se non essere testimonianza di un’implosione realmente avvenuta. La stesura all’inizio quasi baconiana, dove la figura si perde tra le colature che la invadono, scompare nel momento in cui si trasforma nel passaggio finale dell’ultimo frame al puro e completo colore, quell’arancione accesissimo e quasi pop che si notava dapprima, come una sorta di flusso emozionale fluido in corso che va a poco a poco a scomporsi. Un colore squillante che si alterna ad un bianco e nero che fissa il momento con uno stand by temporale indefinito, un ritorno ad anni passati e non precisi nel tempo, forse gli anni ’40 o forse gli anni di un ricordo sbiadito. Il legame con la serie precedente Bio e®etica è chiaro nel momento in cui il pittore lascia affiorare e porta in superficie le tematiche che aveva in passato affrontato, tutto quello che riguarda l’umano, dalla cultura, alla tecnologia, alla religione, alla genetica. Poiché la  stessa data 1945, simbolo di una sconfitta che alla fine si è auto-cancellata da sola, si ricollega perfettamente anche all’età odierna.  La serie diviene quindi simbolo non solo di un’epoca dittatrice ma anche di una dittatura dell’immagine e del suo concetto intrinseco, di una pittura che fuoriesce dal discorso di una stretta figurazione per trovare un suo linguaggio autonomo. E solo e soltanto questo è ciò che può e deve cogliere l’osservatore più attento.

Francesca Baboni

MIND CONTROL

Treachery, misery, violence, insanity
Scavengers closing in
Covering the truth again
Castrate society
Fictional reality

Slayer, Fictional Reality

L’appiglio di una data può dare adito a notevoli e diversificate interpretazioni. E’ quello che è successo a Roberto Messina con la serie 1945, che ha trovato un modo di porre all’attenzione della contingenza una scadenza che pare molto lontana nel tempo ma, in realtà, risulta molto attuale. Il peso della presunta fine degli –ismi non ha per forza portato ad amplificare nell’odierno un concetto di democrazia reale, anzi assistiamo a dittature ben più sottili e manipolatrici nel nostro modello occidentale. La ricerca dell’autore si muove da alcuni frame visivi della storia, ma quello che vuole trasmettere non sono soltanto immagini della memoria, bensì un pretesto per uscire dalla ridondanza del mondo dell’immagine verso oceani della consapevolezza del vivere che paiono copiosamente mancare oggigiorno. La realisticità della rappresentazione è solo un viatico per un’indagine che si muove in passaggi di senso successivi, ulteriormente stranianti poichè veicolati pure con la scomparsa della figurazione. Ma è proprio questo uno dei concetti chiave di tale ricerca. Sondare il deleterio trascinarsi di un periodo tanto lontano nel tempo ma così attuale nelle sue manifestazioni sull’attualità, può farci comprendere appieno come sia fuorviante parlare di passato quando certe situazioni tendono in realtà a ripetersi sotto mentite spoglie nel presente. Partendo da tale implicazione e presa in carico della contemporaneità, certi rimandi al precedente appaiono come moniti per chi pensa che siffatte situazioni siano scomparse e testimoniano una carica oppressiva delle nuove tirannie che infestano la vita della collettività. L’immagine sembra allora trasudare un flusso di conoscenze acquisite da pochi e sconosciute ai molti, troppo succubi di una novella coercizione che tutto banalizza con la forza di un’ alfabetizzazione a colpi di sole sembianze. L’opera di Roberto Messina ci accompagna verso un differente modo di appropriarsi del passato e della forza interiore che pare trasudare dalle rappresentazioni di esso, forte apparenza che ha possibilità esplicative per il presente e per il futuro grazie ad approfondite disamine dei differenti codici insiti nel proprio manifestarsi.

Il furto di una libera specificità è il reato impunito più grande della società contemporanea e passa attraverso le tante coercizioni su cui si basa il vivere comune. Certamente le donne devono sottostare a tali e tante modulazioni dell’essere e dell’apparire molto più amplificazioni rispetto al genere maschile, forse più libero che esprimersi ma in realtà pure altrettanto schiavizzato da differenti e abbondanti condizionamenti. Appare chiaro quindi la ragguardevole norma di coartazione verso il vivere libero da impedimenti per l’essere umano contemporaneo e l’altrettanto ragguardevole disapprovazione per chi cerca di scansare quest’esempio. Loredana Catania costruisce un paradigma di senso non solamente estetico ma visceralmente etico da tale imposizione dell’esistere che ogni donna deve affrontare o deve subire nella mera quotidianità per assimilarsi ad un mondo che non pare permettere voci fuori dal coro, pena l’esclusione dalla comunità. L’esemplare più in voga cui si deve rifare l’universo femminile oggigiorno è quello della mercificazione del corpo e dell’omologazione dei sentimenti e dell’intimità, basato più sul vedere che sul guardare, più sull’apparire che l’essere. Ecco che quindi gli strumenti del bel mostrarsi diventano, nella poetica proposta dall’artista, una confraternita d’apparecchiature di tortura, in bell’evidenza o poste su un differente livello di lettura dell’immagine pittorica. E’ la libera personalità che viene martoriata da tali dispositivi di senso del sussistere e la mortificazione dell’interiorità con gli stilemi dell’apparire è un sintomo molto grave di una malattia della nostra società, ormai piegata verso continue modificazioni deleterie della soggettività. La denuncia visiva e concettuale riportata da Loredana Catania utilizza una norma visiva apparentemente soft ma, in realtà, profondamente strong ‘n’ heavy, sintomo tangibile che certe delicatezze definite su tipiche personalità femminili hanno ben poche ragioni da spendersi quando sono i pensieri i veicoli di senso estetico. La bambola in funzione di donna significa la sterilizzazione della personalità nella società contemporanea, ridotta a puro fantoccio che viene mostrato in sintonia con l’apparire degli strumenti di bellezza, simbolo di una magnificazione della ricerca di una bellezza omologante da una stereotipia mentale squilibrata che nasconde una scarsa corrispondenza con la sana tipicità di ogni individuo. La continua avvenenza si insinua nella vita femminile tramite una strumentazione ideale ma pure materiale. Tali dispositivi sono proposti dall’autrice come se facessero parte di una galleria dell’orrore della dittatura dell’apparire, deleterio lascito ai posteri di una glorificazione del futile dell’esistere nell’attualità. Loredana Catania denuncia con foga questa situazione dove il sembrare cede il passo alla ricerca del più autentico vivere.

Stefano Taddei

Febbraio 07

 

LOREDANA CATANIA

Nata a Catania nel ’74, ha frequentato il Liceo Artistico di Catania e l’Accademia di Belle Arti di Catania diplomandosi nel Corso di Pittura nel 1997. E’diplomata al biennio di specializzazione in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo, sez. Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Principali  esposizioni: 2006 – Anthologhia Machon, Galleria delle Battaglie, Brescia - IRRITazioni, Galleria Marchina Artecontemporanea, Brescia -PORTE APERTE, Galleria delle Battaglie, Brescia. 2005- PREMIOARTE 05, Palazzo della Permanente, Milano - BIENNALE DEI GIOVANI ARTISTI DELL’EUROPA E DEL MEDITERRANEO Castel Sant’Elmo, Napoli - CREATIVE TURBULENCES 2, Fondazione per l’arte Bartoli- Felter, Castello di S. Michele, Cagliari.

2003 - GEMINE MUSE, edizione catanese, “Castello Ursino” Catania, 2000 - QUOTIDIANA 00 Galleria Civica Cavour, Padova.

ROBERTO MESSINA

Nato nel 1972 a Catania. Principali esposizioni: 2006 Anthologhia Machon, Galleria delle Battaglie, Brescia - IRRITazioni, Galleria Marchina Artecontemporanea, Brescia - PORTE APERTE, Galleria delle Battaglie, Brescia. 2005 ARTEFIERA ART – Innsbruck – VINEART Bolzano.